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DIVAGAZIONI OLTRE I CONFINI DELL’EMPATIA

Il Mare, distesa immensa senza confini, ci osserva e ci accoglie nella sua infinita compassione, ci abbraccia come una madre che rivede dopo tanto tempo i figli partiti in guerra in nome di ideali senza tempo, pregni di sogni e speranze, ci ascolta come in un confessionale senza pareti e senza giudizio e ci insegna il dono dell’Empatia, il significato del cambiamento, gli alti e i bassi della vita attraverso le sue maree.

Quel Mare a cui tutti noi dobbiamo qualcosa, diventa il crogiuolo delle sensazioni del mondo, il fluido imbevuto di pensieri e sentimenti che si ritemprano ad ogni Luna piena.

E proprio da quel Mare ancestrale si genera Poesia, si diramano le correnti ascensionali del verbo, si accumulano versi e strofe di bellezza cangiante che come dardi colpiscono l’anima del lettore, o per meglio dire dello spettatore di tale meraviglia.

Poesia dunque. Parole intelaiate in una ragnatela cosmica che dall’alto dell’intuizione si gettano sulla Terra per essere rese immortali e libere dal giogo del Tempo.

Parole antiche di animica fattezza, che si incarnano nel chiaroscuro della cellulosa per essere imbrigliate e trasmesse ai posteri.

Cos’è Poesia se non un viaggio nei più reconditi anfratti dell’Essere?

E cos’è il Mare se non la casa delle empatiche scissioni del sentimento?

E non è forse espressione del Silenzio questa magica processione corale che prende il nome di “Divagazioni oltre i confini dell’Empatia”? Non mi pongo limiti nell’espressione della mia sensibilità e scelgo la contorta via del superamento di ogni confine dettato dalla forma o dalla ritmica.

Mi concentro sul sentire e mi porto avanti nel duro cammino dell’esploratrice della Vita. Mi lascio trasportare lungo il fiume del divenire e grazie alla mia versatilità riesco a inviare dei messaggi chiari e concisi che arrivano a destinazione senza perdersi.

Oltre i confini dell’Empatia, il Mondo sembra così piatto. L’uomo vaga ciecamente alla deriva, nudo e affamato di menti inaridite…non riesce neanche a salvare se stesso dalla paura del timore e dall’utopia…

I temi trattati spaziano dal sentimento puro alla natura, dalla disperazione della perdita alla gioia del ritrovarsi, dalla bruttura della guerra alla luminosità della speranza.

Sono quasi messaggi crittografati che l’Anima stessa non riesce a interpretare.

E quell’occhio che diventa meschino riesce a vedere solo ciò che gli si palesa davanti, e non conosce compiutezza. A tratti si delinea quasi un contrasto tra Luce ed Ombra, una ricerca di visione più ampia tra ciò che è illusorio e ciò che è reale. La cecità dell’uomo diventa volontaria, implorante verità davanti ad una maschera che scambia il delinquente per il santo, in questo immenso grembo incosciente degli uomini.

E tuttavia la Luce della Vita si fa strada oltre il muro del Silenzio grazie a quei germogli dal fertile grembo che allontanano la disperazione della Tenebra e la sua abissale voragine.

Nasce così il desiderio che la Libertà surclassi la strada dell’agonia e che il ricordo si faccia strada per rinverdire quell’età d’oro dell’Amore che si è perduta dietro la caoticità

dell’esistenza umana. Ed è quasi un pianto lieve quello che dal ricordo passa alla dimenticanza, che dal perdersi si ritrova poi oltre i limiti imposti dell’identità stessa di un Ego che si prostra davanti alla nobiltà d’animo.

Ed è un Vortice di Gioia quello generato da colori soavi che affrescano le pareti oppresse dall’angoscia dell’Oscurità. La stessa continuità della poesia è emblema dell’essenza del cuore che unifica corpo e mente in unica entità.

Si cammina poi su strati di foglie sulle quali una Stella è caduta, ignara che la teneva su solo un filo, e si cammina sulla pelle di questa Meravigliosa Madre che è stata vestita di morte, lasciando l’anima della poesia su un mare di tenebre.

L’invettiva contro quel fradicio sudiciume di armi si trasforma in un Rosso sudario della Terra, nella quale sono state sparse pietre confusamente come fossero lapidi di un cimitero fantasma avvolto dalla nebbia dell’incerto Fato dell’Uomo.

Dispersa è la coscienza, nuda carne della macchia che si aggira avida di vittime. E di fronte a tutta questa disperazione la Poesia diventa un bastione di difesa contro l’indifferenza della gente, contro la stupidità e la cecità di chi non vuol vedere.

La ricerca di sè diventa una ricerca di Luce, di quella lampada moribonda che proietta l’Anima nascosta dietro l’ombra del Cuore.

La pioggia diventa il mascheramento delle lacrime che divengono l’unica sorgente di calore che riscalda il cuore, in quel Silenzio che in solitudine danza, e nella cui oscurità esulta la musica dello Spirito, ondeggiando come acqua e vibrando alla luce lunare, per trovarvi piacere. L’Esistenza diviene quindi Vento che libera l’anima dal Tempo.

Divagazioni oltre i confini dell’Empatia” è un viaggio che dall’interno conduce a se stessi, passando attraverso le vie dell’empatico sentire e superandone ogni confine per poi rigettarsi in Mare dopo una perigliosa navigazione. Attraverso la sofferenza della guerra, la disperazione dell’assenza, la speranza dell’amore, la bellezza della Natura e la lotta tra Luce e Ombra, emerge la dolce amara consapevolezza che solo l’ascolto del Silenzio potrà condurci alla Verità del nostro cammino, rivelandoci il miracolo della Vita e della Morte.

DOROALICE

L’AMORE TRIONFA REALMENTE SUL DOLORE INTERNO?

Essere se stessi è una delle reali tematiche, incredibilmente quotidiane anche se non in maniera evidente, che in molti, può, a lungo andare, divenire angosciante. La tematica può essere benissimo applicata alla condizione che molti oggi devono affrontare solo perché desiderano essere loro stessi… devono fare i conti con una società ipocrita e chiusa: ancestrale. Una società dove l’amore è posto al centro, in posizione predominante. Ma è ottenebrato dall’esterno. E’ represso dai giudizi altrui. Il dolore ne è una stretta conseguenza. Da un punto di vista l’amore trionfa sul resto. Da un’altra angolazione però perde, viene sconfitto. L’accettazione altrui è necessaria, ma prima di ogni altra cosa occorre accettarci per quello che siamo, dobbiamo guardare in faccia alla realtà di noi stessi e solo così potremo guardarci allo specchio e smettere di sanguinare. Solo allora potremo imparare ad accettare gli altri e soprattutto solo dopo questo gli altri potranno accettarci e inserirci, come si suol dire, nel “SISTEMA”. Certo è triste dover dipendere da un mondo che giudica e ama o disprezza per ciò che appari e mai per ciò che sei realmente cioè un “ESSERE UMANO COME TUTTI”. Che pena, che tristezza. L’AMORE… che tutti abbiamo provato in noi almeno una volta nella nostra vita da inutili figurine… troppo sciupate per essere incollate sull’album dell’esistenza! Un’istantanea mal riuscita! Ecco cosa siamo e cosa sono: immagini sfuocate di un mondo che brucia tra le fiamme della menzogna.

Rita Coda Deiana alias Doroalice

#fotoritacodadeiana

THE DARK SIDE OF THE HEART

II

4

Per una migliore comprensione consiglio di leggere gli episodi precedenti del racconto. Grazie e buona lettura.

Non bruciai. Anzi, rimasi atterrito dalla sensazione che mi pervase. Non appena feci il primo passo all’interno della chiesa illuminata solo dalle candele onorarie, mi sentii parte di essa. Una sensazione derivata dalla immane superbia che era ormai parte di me, ma comunque una fantastica sensazione: Mentre guardavo il Cristo appeso alla croce e le alte colonne che rendevano insignificante anche il più alto degli uomini, mi sentivo allo stesso livello dell’imponente cattedrale, e di ciò che rappresentava. In vita non ero mai stato un fedele accanito, ma le poche volte che entravo in quello stesso edificio mi sentivo oppresso dal peso della religione, dal costante giudizio di Dio su di me. Ora, riuscivo finalmente a guardare negli occhi Cristo, e riuscivo a confrontarmi con Lui. Mi resi conto che, nella condizione di vampiro, ero molto più vicino a lui di quanto lo fossi stato in vita: ero paragonabile a uno dei suoi araldi. Non ero un demone, ma solo un angelo dell’oscurità. Un sacro angelo che, obbligato dalla sua innocenza persa, si nasconde nell’ombra, per celare la sua menomazione. Perduto nella superba estasi di ciò che ero, non mi resi conto che uno dei preti era seduto all’interno del confessionale, come se aspettasse la mia confessione. Mi avvicinai attraverso le lunghe panche di mogano e entrai nel piccolo stanzino, impregnato di peccati mai rivelati, di bugie e di rimorso. Mi sedetti sulla piccola panca e mi guardai senza esitare nella piccola finestrella ricoperta da una grata di ferro. Aspettai per qualche minuto che il prete che avevo visto la aprisse per ascoltare le mie confessioni, nel mio cuore bruciava la speranza di una possibile redenzione, di un possibile ritorno all’umanità. Niente. La speranza stava ormai svanendo, stavo ricadendo nel vuoto della perdizione quando finalmente il prete aprì la finestrella e mi incitò a confessarmi. Per un istante il mio cuore riprese a battere. Potrei giurare di aver sentito la vita scorrere nuovamente nelle mie vene. Esitai. Come potevo cominciare? Come potevo rendere partecipe il prete della mia dannazione? Certo, avevo bisogno di esternare il mio dolore, il mio senso di colpa per ciò che ero, ma non sapevo come fare.

Dopo pochi secondi, presi il coraggio in mano e cominciai:

“Perdonami padre, perché ho peccato. Io…è da molto che non vengo in chiesa a confessarmi…io non…”

Tacqui. Non sapevo più cosa dire. Avevo finito le parole. Il prete comprese, fece un sospiro, mi guardò attraverso la piccola grata e disse con una voce calda ma rovinata dall’età ormai avanzata:

“Coraggio figliolo, non devi sentirti oppresso dai tuoi peccati, Dio è misericordioso, sai bene che Egli riserva il perdono a tutti i suoi figli. Dimmi, ora, cosa mai hai commesso di così terribile da non riuscire a esprimerlo?”.

“Io…io ho ucciso padre. Ho ucciso una persona e con essa ho ucciso la mia anima. Non sono più ciò che ero. Non lo sarò mai più. Qualcosa, qualcosa mi ha reso ciò che sono e ora mi sento pervaso dal potere, sento di essere allo stesso livello del Signore Creatore e…so che è peccato, ma non riesco ad allontanare quella sensazione così superba e ammaliante! Dentro di me è nato qualcosa di terribile, e credo che stia crescendo e si stia impossessando della mia anima. Vorrei essere devoto a Dio, ma ogni volta che penso a ciò che sono…io…sento di superarlo, sento di essere uno dei suoi angeli che, volato troppo lontano dalle nuvole, ha oltrepassato il Suo dominio, ha superato Icaro nella sua impresa ed è volato al di sopra delle stelle”.

Il prete rimase piuttosto scosso dal mio discorso, riuscii ad avvertirlo nella sua voce, ma in qualche modo lo sapevo già prima che egli parlasse… Continua…

Rita Coda Deiana alias Doroalice

Unione e Amore

The wind will carry her away,

while the rivers will capture

his every word, his every wound,

his every sentence….

Lei danza sola,

ma con il proprio spirito

che è la sua essenza vitale.

Lei danza,

ma sa che quella danza

non è per lei,

né tanto meno per le sue stelle fatate

che le stanno intorno

e che la osservano

come per non lasciarla sola in se stessa.

Danza,

nata dal suo cuore ribelle

che deve essere appagato, salvato.

Vorrebbe mostrare al mondo le ferite

che nasconde sotto alla pelle chiara,

ma chi potrà mai vederle?

La speranza

cura in parte le sue ferite,

le offre sollievo,

ma solo l’unione potrà renderla felice.

Solo la nascita di uno da due.

Unione e amore.

La speranza colma il vuoto

e dà la forza.

Muove i fili di sottili marionette di legno

e nessuno tiene quei fili.

Il vento la porterà lontano,

mentre i fiumi cattureranno

ogni sua parola, ogni sua ferita,

ogni sua frase,

sussurrata in un respiro soffocato

da quelle voci

che invece di ascoltare

catturano,

per carpire il senso di quell’unione

e di quella stessa danza.

Rita Coda Deiana alias Doroalice

20/06/2021

#fotodalweb

#LE SENTINELLE DEL PORTALE

X

Per una migliore comprensione vi consiglio di leggere gli episodi

precedenti. Grazie e buona lettura.

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I quattro bey, che erano riusciti a stento a proseguire l’attacco perdendo solo un pò di potenza, si dirigevano verso il bey della ragazza.

– E’ il momento di contrattaccare… forza, Espeon… Attacco Fiammeggiante, – cominciò, mentre le due paia di piccole ali che aveva nella schiena cominciavano a mutare, ingrandendosi, e diventando da bianche a quattro lingue di fuoco riverberanti.

– Cosa? Ma è un attacco di Kei!.. Della sua Fenice Rossa. – Disse Takao sorpreso.

– Tempesta di Fuoco! – Fece lei portando il braccio all’esterno e pronunciando la formula d’attacco con calma forzata…

-NO! – Gridò Brooklyn spaventato, ma subito la Fenice Bianca chiuse le ali in avanti, spalancandole poi all’improvviso, lasciando partire centinaia di piume rosse, ma trasparenti.

– Ma… sono… – Cominciò Kyouju, ma ammutolì all’istante mentre osservava l’attacco andare a segno. Si alzò un enorme polverone, assieme a onde d’urto forti e ripetute. Dopo qualche secondo il polverone si diradò, scoprendo il campo di battaglia segnato da centinaia di crepe, buchi e detriti, piume piantate nel terreno e piccoli pezzi di ferro sparsi qua e là.

– Non ci credo….- Sussurrò Garland -…li…li…li ha…- balbettò Moses -…li ha distrutti tutti…con un attacco…- balbettò anche Kyouju mentre tutti osservavano shoccati il risultato.

– No…non tutti…- Replicò Takako accigliandosi e puntando gli occhi di ghiaccio sul bey ancora in gioco ma visibilmente instabile.

– Non credere…di riuscire…a battermi così facilmente…- disse Brookyn ansante e con parecchi tagli sulla veste e sul viso, mentre Mystel, ancora scosso per la perdita subita, lo guardava con apprensione.

– Che presuntuoso… aveva ragione a dire che siete ancora deboli… avete bisogno di crescere ancora un bel pò, prima di riuscire anche solo a sfiorare il mio bey. Mi piacerebbe farti passare le stesse sofferenze che hai inflitto ai miei compagni, ma come ho già detto prima, non ho tempo da perdere, percui…-

Lo guardò con odio, mentre si preparava a lanciare un altro attacco… -FRECCIA DI FUOCO!!- Gridò… sulle punte degli indici apparvero delle fiammelle e, creando un semicerchio, fece ruotare il braccio in avanti e verso l’alto, mentre dall’indice destro partiva una sorta di sottile filo incandescente che puntò sul bey di Brooklyn, mentre la Fenice Bianca ricreò un filo di luce purissima, che si andò ad intrecciare con quello di fuoco.

Velocemente accrebbero il loro volume diventando di dimensioni enormi, abbattendosi sul bey nemico.

– No…ZEUS!!! – Urlò disperato il ragazzo tendendo un braccio, ma fu scaraventato a terra dallo spostamento d’aria, quando anche la seconda ondata di polvere e terra si fu dissipata, là dove prima c’era il bey del ragazzo, ora vi era una voragine fumante, e neanche la benchè minima traccia riconducibile al Zeus di Brooklyn.

– Fantastico! – Riuscì a dire Kyouju dopo un pò, mentre tutti guardavano Espeon ruotare nell’incavo creatosi.

– E non crediate che sia finita! – Disse Takako portando il braccio destro davanti a sè… dentro il palmo apparve una piccola sfera di luce violacea.

– Non siete degni di possedere degli Animali Sacri, le vostre anime non sono pure come dovrebbero…ed è per questo…- nel campo risplendettero quattro piccole sfere di colori differenti, che conversero nella mano della ragazza -…che me li riprendo…- quando le luci si congiunsero la sfera principale divenne bianca, cominciò a levitare, poi velocemente raggiunse la Fenice, che l’assorbì dal petto facendola sparire sotto gli occhi dei presenti.

– Ma quelli erano…- cominciò Moses, ma lei continuò -…e per accertarmi che non ci proverete più, lascerò su di voi un segno del mio passaggio…-

La Fenice sbatté le ali e girò alcune volte sopra di loro, facendo cadere delle piume bianchissime.

– Cosa sono? – Fece Takao guardando verdo l’alto e aprendo le mani come per sentire la pioggia, sentendosele sfiorare.

– Si direbbero piume…- rispose Rei, anche lui cercando di acchiapparle.

– E dovrebbero lasciare su di noi un segno? – Chiese Garland sprezzante, quando ne vide una luminosa e perfetta che si soffermò a mezz’aria all’altezza del suo cuore, poi gli si avvicinò, e, nel trapassare il costato, avvertì un dolore fitto e bruciante, che come era giunto finì, una volta che la piuma ebbe raggiunto il cuore, anche agli altri tre accadde lo stesso, poi la ragazza disse: – d’ora in poi…mai più, nessun Animale Sacro vi darà retta…se proverete ancora ad utilizzarli, ogni loro attacco si ritorcerà contro di voi…e ora…- i suoi occhi risplendettero per un istante, -…sparite dalla mia vista…- e tutti e quattro furono avvolti da delle bolle enormi che, mentre guardavano con occhi vuoti e stupefatti Rei, Kei, Takao, Kyouju e Takako, scomparvero non appena le bolle esplosero… Continua…

Rita Coda Deiana alias Doroalice

Compagni di scuola

Eravamo

tempo incontrastato dei nostri giorni,

padroni del mondo.

Assisi sull’attesa

e sull’anticipo dei minuti.

Tempo

che non passava,

immobile

tra le lancette degli orologi a parete.

Sognatori di mondi

che si tingevano

di sentimenti innocenti,

di baci e sguardi

che si illuminavano nel guardarsi a vicenda.

Esploratori di un mondo d’amore,

di emozioni,

maestri nell’accorciare le distanze

e rimpicciolire le lancette

del grande mappamondo sulla parete.

Compagni di viaggio

e custodi di sogni dei giorni di festa,

speranzosi di trasformare i tempi vuoti

in luminose distese di nuove idee.

Eravamo… compagni di scuola.

Rita Coda Deiana alias Doroalice

18/06/2021

Ogni volta era come l’ultima

“Il sole dorme tranquillamente

C’era una volta un secolo

Oceani malinconici calmi e rossi

Carezze ardenti messe a riposo “

Il sole sbocciava dal suo sonno. Era l’ultima volta nel secolo. Oceani indaco ed impetuosi. Carezze gelide si levavano per cessare il riposo. All’orizzonte una nuvola carica di petali bianchi, innocenti, puri… virginali. -Bugie! Bugie!- , gridava Aurora, consapevole del misfatto, conscia della falsità di quell’alba irrompente del Cielo! Un letto di emozioni si mescolava alle canzoni dei bambini che uscivano dalle loro abitazioni per recarsi, senza nome, verso le cattedrali, la domenica mattina presto. Felici di recarsi là dove sarebbero stati accolti con gioia, con reciproco affetto… quale, mi domando atleticamente con una smorfia sulle labbra. Le loro voci erano talmente fragili, ma così forti da spaccare il cielo in tanti coriandoli di carnevale. Marco sentiva una stretta al cuore nell’osservarli da lontano, dal lento scorrere dei suoi pensieri. Osservava quei movimenti dettati dall’irrequietezza, osservava le loro gambe agili dentro ai pantaloncini stretti in vita con una cintola fin troppo costosa. Pensava che anche il suo corpo quando era stato bambino aveva indossato quegli indumenti per recarsi la domenica mattina, dopo il suono delle campane, in chiesa…pensava che tra breve le campane avrebbero semplicemente risuonato i rintocchi di una marcia. Era una mattinata fredda, tuttavia era primavera. Si trattava di una primavera strana… nessun calore, nessun fiore tra quelle valli di rosse membra. Era tutto così opaco nella mente di Marco, che si sarebbe potuto trattare anche di un quadro annaspato dall’acqua di un temporale. Lui, in disparte dal mondo; le campane della chiesa lì vicina; le grida felici dei bambini; l’odore della primavera tutto intorno, odore onnipresente ma impercettibile all’olfatto umano. Tuttavia c’era. Quella mattina era ancora più forte, come se fosse capitato qualcosa di veramente grave, come se l’Equilibrio fosse stato spezzato in silenzio prima dell’alba. Marco si rendeva conto che non era quello il giorno finale. “Non ancora”, gli avevano detto. “Tra breve scoprirai e lotterai”, gli avevano sussurrato all’orecchio. Ma non aveva voglia di sentire i loro ordini. L’anarchia sarebbe stata allora l’unica vera e concreta soluzione. Ma c’era lei… Lena e per lei doveva continuare. I pensieri vagavano liberi, come quando si sogna e viene allentato il collare intorno alle loro nuche. Pensava a tutto e a niente fondamentalmente. Osservava scorrere la vita. In un incubo respirava tranquillo: non aveva paura. Lena dormiva di nuovo. Era giorno, ma presto sarebbe stata Notte e per l’ennesima volta si sarebbero dati un lungo abbraccio risanatore, un bacio e si sarebbero accontentati di vivere ancora una notte insieme. Ogni volta era come l’ultima. Nulla li avrebbe separati, ma tutto poteva allontanarli. La notte precedente l’aveva vista sul calare del sole, poco dopo il tramonto venire verso di lui, con quel suo andamento elegante, triste… pensieroso. Marco gli era corso incontro perché poco prima che accadesse aveva avuto la sensazione che stesse per crollare a terra in lacrime. Lo prevedette e anticipò la rovinosa caduta sulle ginocchia. Inizialmente non capì, ma poi tutto gli divenne limpido nella mente. Osservando i suoi occhi aveva notato un barlume di disperazione. Capiva. Sapeva. Accettava. Quando la bocca di Lena si aprì per pronunciare il suo nome non ne fu meravigliato. Il ricordo non era stato cancellato da tutto il suo amore, da tutte le lacrime versate in suo nome… no, continuava a vivere dentro qualche parte del cuore di quell’uomo. Ma non poteva essere infuriato. Non poteva, anche lui aveva ricordi troppo forti per essere annullati. Anche lui… soffriva per Lei. Cercò di tranquillizzarla più volte, sapendo che sotto a quella falsa calma si celava la pazzia provocata da dolore lancinante. Non sapeva tuttavia come calmarla, cosa dire per farlo… era stato preso alla sprovvista? O forse non c’erano parole adatte che in quel momento potessero rivelarsi efficaci? Senza esitare la tenne stretta ad ogni passo, col braccio intorno alla sua vita. Voleva dimostrarle tutta la sua comprensione e il suo affetto, ma Lena lo interpretò semplicemente come un gesto mosso dalla compassione, dalla pietà. Scostò violentemente il braccio e si allontanò di qualche passo, lontano da Lui. non si degnò nemmeno di uno sguardo. Irriconoscente quasi. Ma la pazienza di Marco non era poca e non mutò atteggiamento o pensiero su quella situazione che si era venuta a creare tra loro. Non allungò il passo, gli stette dietro, serioso. Nessuno dei due pronunciò parola. Camminarono a lungo, senza incrociare gli sguardi, senza parlarsi. Raggiunsero un fiume che scorreva lento, un lungo fiume. Gli alberi si piegavano pesanti sopra lo specchio terso. Marco osservò la pace di quel luogo e quando vide l’acqua smossa dal vento che iniziava a salire verso l’alto, pensò che il vento si sarebbe levato e avrebbe riempito quel silenzio di fruscii, sibili. Immaginò gli alberi prendere vita e versare qualche lacrima. Li vide rabbrividire, esser pervasi da un brivido freddo quando l’acqua rapida si sarebbe intorbidita… sarebbe divenuta melanconica. “Tutto questo mi soffoca”, bisbigliò. Lena udì sia quei pensieri sia quelle parole silenziose e dopo molto si voltò verso Marco. “Sono stata meschina con te” disse d’un tratto. “queste acque sappiamo entrambi che riflettono un mondo dimenticato, un mondo che non c’è più e che noi stiamo invano tentando di immaginare nelle nostre menti, e ora mi ci metto anche io…a peggiorare il quadro… ma lui continua a possedermi, mentalmente ma anche fisicamente. Ogni volta che chiudo gli occhi lo rivedo disteso accanto a me. Lo vedo con gli occhi ardenti dentro ai mie e sento ancora sulla punta della lingua il sapore della linfa che lo rendeva vivo. Se vuoi va via, non te ne farò una colpa. Non ti cercherò, se è questo ciò che vuoi… ma non voglio legarti a questa mia mia ossessione… perché è di questo che si tratta… io sono un’ingrata!” Marco non si mosse dalla sua posizione, né tanto meno si scompose verbalmente. Ostentò qualche minuto di riflessione pura e semplice, poi aprendo il palmo della mano destra la portò sul cuore, o meglio, là dove un umano comune avrebbe dovuto portare quel muscolo pompante. Batté due, tre colpi. Poi ridistese il braccio e la mano, a palmo aperto, lungo il fianco. Guardò lontano, oltre quell’orizzonte, dove nessuno può vedere e con voce pacata disse: “Lena, io non ho motivo per lasciarti sola, non ho motivo per andarmene da nessuna parte… il mio posto è qui, ma questo fiume mi ha trascinato così lontano, in un futuro tanto lontano che ho visto solo due amanti nel cordoglio verso la natura morente… ecco cosa ho visto, ecco cosa accadrà, perché io so prevedere, ma posso prevenire. Non andrò da nessuna parte, né con te né senza di te. Devo restare qui, tra queste vallate, tra questi fiumi, tra questa gente, dove ancora un fiume può rendermi mortale, può farmi dimenticare per qualche istante il Destino che mi attende. Non andrò via e comprendo perfettamente la tua sofferenza per quell’uomo che ti ha portato all’ossessione, non posso né rimproverarti, né tanto meno giudicarti… non sono nessuno per farlo. Le parole si scagliarono con più violenza di quella che Marco si sarebbe atteso, o di quella che avrebbe voluto comunicare alla donna. Non parlarono più, per qualche ora. Quelle le uniche parole che vennero scambiate. Perché? Era troppo forte il ricordo per entrambi della sofferenza mista ad amore che avevano compiuto in passato? La cenere era una parte del sorriso che frementi ostentavano sulle loro labbra ferree. E forse molti considereranno questo come un semplice vaneggio dello scrittore, un semplice andamento orizzontale, folle e privo di significato per l’avvenire di questa storia. Un barlume di luce vi pervade quando sentite tremare un essere possente. Ma una scintilla di pietà o di compassione, come preferite, vi invade e si impossessa della vostra ambiguità quando udite simili parole messe assieme, in tre o quattro righe di un romanzo, di una storia… di una frottola. Vi sentite come derisi? È questo che provate? Lettori che stanno lì, a leggere le loro vite girate e rigirate. Vite reali o immaginarie, come questa. Storie fatte per essere luce ma anche storie nate per diventare tenebra. Un blu d’India in più, un aggettivo troppo deciso… e voi vi sentite presi in giro, in balia di un folle. Dunque perché leggere?! Dunque perché ascoltare o continuare a tentare di capire quando nulla ci sarà mai da capire in tutto questo!? Due parole. Un punto e virgola. Una macchina da scrivere e tanta volontà di scrivere pura pazzia della mente. Non basta? Ma, no. Un ceppo ha bisogno della scintilla, della prima scintilla per ardere. Un bambino che piange ha bisogno della madre per smettere… un libro ha bisogno di un lettore per respirare. Un libello. Uno scandalo. Un insulto contro tutto… ma pur sempre una vittima dell’indifferenza. Se Marco e Lena si fossero chiamati Catherine e Heathcliff sarebbe stata la stessa storia… la stessa atmosfera di soffocamento dentro alle stesse prime venti pagine. Capire, verificare supposizioni… sostenere teorie. Se nella vita si pensasse più a vivere che a fare questo allora ci sarebbe una vita, una vera vita senza involucri di carne, insulsi contenitori di fuoco zampillante! Se uno venisse da voi e vi dicesse: -Sono così stanco di essere qui, soppresso da tutte le mie infantili paure. Se proprio devi andare fallo subito.- voi cosa gli rispondereste? È questa la domanda, sta a voi la risposta. Sta a voi il finale, non a me, non a loro… se qualcuno venisse a dimostrarvi che la vostra è una falsità… voi… solo voi potete sapere cosa direste. Ma nulla sapeva in quel momento Marco o Lena… per qualche anno, nulla. Il silenzio dello scorrere fluido della vita continuava senza tregua. Il pianoforte suonò tante volte prima che ci si dovesse bloccare per raccordarlo… ci si alzò dal sellino in pelle nera e come se non fosse un problema, un grave problema, si accordò una, due, tre volte il pianoforte del tempo. Lancette mobili, voci stonate ma intonate con la vita di tutti loro. In qualche casa un camino illuminava ciò che il Sole non era più in grado di rassettare col suo occhio. Una malinconia sotterranea, tra le foreste, tra le chiese abbandonate… giù, nei pozzi. Il pendolo tintinnava con oscillazioni ritmiche. Ma quella melodia, quella sinfonia di ossessione rimbombava senza flemma. Ancora, ancora… ancora! Nessuno aveva il coraggio di urlare BASTA! Nessuno, perché era troppo comodo vedere ciò che non c’era e chiudere le palpebre davanti a ciò che era chiaro come un lago di ghiaccio. Inverni, primavere, estati… tutto scorreva ma tutto rimaneva identico. Stessa Luna. Stesso Sole rovente… Residui di ali spezzate. Schiocco di dita . Capelli intrisi di fiori… libri aperti sotto ai letti. La fretta di andare avanti, al di là di quell’orizzonte, la fine di un secolo o l’inizio di un millennio… stessa storia, stessa melodia…

“Corri nel freddo della notte

Come la passione brucia nel tuo cuore.

Pronto a combattere

Come un lupo orgoglioso

Da solo nell’oscurità

Con gli occhi per guardare il mondo

E il mio nome

Come un’ombra

Sulla faccia della luna “

Rita Coda Deiana alias Doroalice

#fotoritacodadeiana

Parole… promesse.

Parole, promesse,

foto in bianco e nero

che si rincorrono nella mia mente,

per raggiungere i limiti

oltre i quali c’è solo l’ignoto,

il caos, il magma.

Parole, promesse,

favole non a lieto fine,

così altisonanti,

da far rabbrividire

per la loro straordinaria bellezza,

da farmi arrendere sotto la loro malia.

Un senso appagante di totalità,

che pervade, rapisce come in una danza

e fremente invita a partecipare,

a gioire della sua estasi.

Un continuo saliscendi di onde

che avvolgono nella loro spuma,

anche il più piccolo granello di sabbia come me,

di quella spiaggia che vuota,

si staglia davanti ai miei occhi.

Parole… promesse,

foto sbiadite dal tempo.

Rita Coda Deiana alias Doroalice

17/06/2021

#fotoritacodadeiana

Ammentos/Ricordi

In sa lughe giara ‘e manzanile,

sas baddes si covacana de fiores.

Cun su risidu bellu,

benis a m’attoppare

in punta de-i cudd’adde silenziosa,

cantende cun vigore

e in allegria

cantigos de amore

e de isperianzia.

Torran sos ammentos lontanos

cuddos chi m’han leadu a manu tenta

e m’han insinzadu allegria.

In sas manos mias boidas

bettabei ogni fiore

ch’isparghet in beranu.

Una lagrima

possat esser sa lughe,

s’istrada de s’incrasi

sa puresa

de chie amat

e tocca su coro.

Rita Coda Deiana alias Doroalice 2021

Ricordi

Nella luce chiara del mattino,

le valli si coprono di fiori.

Con il sorriso bello,

mi vieni incontro

in cima a quella valle silenziosa,

cantando con vigore

e allegria

cantici d’amore

e di speranza.

Tornano i ricordi lontani

quelli che mi hanno presa per mano

e mi hanno insegnato allegria.

Nelle mani mie vuote

buttaci ogni fiore

che si apre a primavera.

Una lacrima

possa essere la luce,

la strada del domani,

la purezza

di chi ama

e tocca il cuore.

Rita Coda Deiana alias Doroalice 2021

#fotoritacodadeiana

THE DARK SIDE OF THE HEART

Per una migliore comprensione consiglio di leggere gli episodi precedenti del racconto. Grazie.

II

3

“And it’s not a cry that you hear at night

it’s not somebody who’s seen the light

it’s a cold and it’s a broken Hallelujah ”

§§§§§§§§§§§§§§§§§

Mi svegliai in preda al panico nella cantina buia poco dopo il tramonto. Mi guardai intorno convulsamente e per sbaglio rovesciai alcune delle scatole di legno che mi circondavano. Una di queste si aprì a causa della caduta e il suo contenuto si versò sul pavimento: una lampada ad olio, dei cerini e delle piccole bottigliette che venivano usate per ricaricare la lampada. Non mi sorpresi affatto nel vedere quelle cose: erano probabilmente i “tesori” che i bambini che venivano solitamente a giocare nella casa abbandonata avevano raccolto durante le loro crociate. Nonostante vedessi benissimo nel buio della stanza, accesi la lampada con uno dei cerini e la posai per terra. La porta era ancora chiusa, ma dubitavo che nessuno avesse provato ad entrarci. In quel periodo molti poveracci vagabondavano per le strade in cerca di un rifugio per la notte. Qualcuno quella notte era rimasto sotto le grinfie del gelo dell’inverno. Con la lampada in mano, andai vicino alla porta e poggiai la mano sul pomello d’ottone. Non appena sfiorai la superficie gelida della porta, mi ritornarono in mente le parole della fanciulla: “Ciò che sarà, non è ancora previsto, ma tu non avrai alcuna colpa. Stringila a te e rendila tua. Lei non verserà lacrime.” Chi non avrebbe versato lacrime? Chi avrei dovuto stringere a me?

Quelle domande mi turbinavano nella mente e avrebbero continuato per tutta la notte. Ma ero affamato, e riuscii facilmente a liberarmi dei miei dilemmi. Lasciai la lampada sulla soglia della cantina, aprii la porta e uscii dalla fredda casa vuota.

La neve cadeva tutto intorno a me, ma non sentivo il freddo, come non avevo sentito il calore quando avevo acceso il cerino nella cantina. Oramai non potevo più essere definito un essere umano. Mi incamminai verso le vie più frequentate della città in cerca di sangue fresco. Arrivai nella grande piazza centrale ai piedi di Notre Dame e cercai con gli occhi una facile preda. Purtroppo la piazza non era molto popolata a quell’ora della notte, quindi sarebbe stato difficile trovare qualcosa. Persi le speranze pochi minuti dopo: ormai tutti erano a casa con le proprie famiglie a gustare un piatto caldo, o a dialogare con i ricchi amici, o a compire atti che sarebbero rimasti segreti per sempre, cosa normale, nella nobiltà francese. Non sapevo cosa fare: ero solo in mezzo alla piazza con solo la chiesa in tutta la sua imponenza davanti a me. Fu in quel momento che mi venne in mente la malvagia idea di cercare del sangue all’interno della stessa Notre Dame. Certo, era una cosa sacrilega, non potevo uccidere nella casa di Dio, però la fame era troppo forte per indugiare. Dopo il primo passo mi ricordai delle storie che avevo sentito riguardo ai vampiri quando ero più piccolo: Essi non potevano entrare in terre consacrate e temevano la croce e i simboli di Dio più di ogni altra cosa. Mi fermai a metà strada. Se fossi entrato avrei rischiato di bruciare vivo, ma se fossi rimasto fuori, sarei probabilmente morto di fame e sarei stato sepolto dalla neve che cadeva senza freni. Decisi di entrare…. Continua…

Rita Coda Deiana alias Doroalice

#LE SENTINELLE DEL PORTALE

IX

Ritorna l’appuntamento domenicale con un nuovo episodio della mia fan fiction, dove ritroviamo i nostri amici: Takao Kinomiya, Kei Hiwatari, Rei Kon, Kyouju (Prof. K), Takako Shimizu, con la presenza di nuovi personaggi temporanei ( i cattivi ):

Brooklyn

Garland

Mystel

Moses

Mi spiace, ma non posso ancora fornire i sacchetti che danno in aereo per il mal d’aria, virtualmente… Quando ho cominciato a scrivere la storia sapevo dell’esistenza della BEGA, e siccome Brooklyn aveva battuto Kei, CREDEVO che l’avesse battuto perché condizionato da Vorkof e che fosse davvero cattivo… per cui, se qui appaiono come avversari è più che altro per una MIA sola esigenza narrativa. Ora non vi resta che leggere, sempre che abbiate ancora voglia di leggere un’insipienza simile… forse presto posterò i disegni dei personaggi, se mi riuscirà naturalmente, altrimenti… lascio campo libero alla vostra immaginazione, a presto!

Per una migliore comprensione vi consiglio di leggere gli episodi precedenti. Grazie e buona lettura.

§§§§§§§§§§§§§§§§

– MA PERCHE’!? – Gridò Takao veramente arrabbiato, mentre Brooklyn lo guardava amabilmente. – Povero Takao… devi sapere che non c’è sempre una spiegazione a tutto… o almeno… non sono cose che ti riguardano… sono le nostre decisioni prese con Vokof. –

– Di qualunque cosa si tratti, noi vi fermeremo – dissero Takao e Rei impugnando i caricatori con così tanta forza da far diventare bianche le nocche e le dita, ma qualcun altro si pose tra loro e i Bega, lasciando tutti alquanto sorpresi.

– Non posso permettere che le mie preziose bestiole vadano perse.-

– Stupida… ti avevo detto di non intervenire! –

– Non ho alcuna intenzione di far soffrire i miei amici. –

– E va bene… fai pure. –

– Grazie. –

– Takako!! – Gridò Takao –

– Come pensi di affrontarli, se non hai un beyblade? – Le chiese Rei, mentre rifletteva sulle sue parole… le sue preziose bestiole.

– Lascia perdere… – disse Kei.

– Sentito? Anche Kei…- continuò quello.

– No… lascia perdere tu… lei sa perfettamente quello che sta facendo…- continuò gelido.

– Che..? – Cominciò Takao.

– Ora ve la vedrete con me…-

– Come vuoi… vorrà dire che prima elimineremo te, e poi i tuoi amici…- disse Garland, e i quattro lanciarono i bey verso la ragazza.

– No! TAKAKO!! – Fece Takao esasperato mentre la ragazza portava le braccia in alto, e tra i palmi aperti compariva per qualche istante una sfera di luce, che scomparendo lasciò tra le sue mani un caricatore con un bey pronto al lancio, che puntò all’indirizzo degli avversari…

– Ma come…- dissero o pensarono quasi tutti, mentre il nuovo bey, scintillando stranamente, partiva all’attacco contro gli altri quattro e descrivendo un’ampia parabola li colpì tutti assieme facendoli arretrare e fermando la loro corsa.

-Acc…! – Replicarono alcuni stupiti.

– Maledetta…propongo di attaccarla tutti assieme… non avrà scampo…! – Disse Garland.

– Non capisco come abbia fatto…- disse Rei colmo di ammirazione.

– Provo… provo ad analizzarlo….- replicò Kyouju un pò scosso.

– Forse anche lei ha un Bit Power…- fece Takao pensieroso “…caspita…voglio riuscirci anche io! Chissà che figurone ai tornei…” e si immaginò a far apparire Dragoon in una mano come per magia, sotto gli applausi di ammirazione di tutti, compreso Kei… (see…see…see…hai ragione te…cooome no…che malato…).

– Se anche fosse allor piuttosto brava…- continuò Rei accigliato.

– Incredibile…- sussurrò Kyouju, – che cosa? – Fece Takao – …sembra… sembra che sia fatto di un materiale molto resistente, ma non riesco a capire… mi sembra impossib…- si interruppe sentendo il bip proveniente dal portatile.

– Che c’è ancora? – Disse spazientito Takao andando a guardare lo schermo e restando alquanto sorpreso.

– Non ci posso credere… com’è possibile che…che sia fatto….-

– Takao? – Lo esortò Rei -…..carbonio puro…? – Ammutolirono tutti -..d…diamante..?…- Riuscì a dire Rei a bocca aperta – …e non avete ancora visto niente…- disse Kei sorridendo verso la ragazza.

-Cosa…? – Balbettò Takao stordito guardando il compagno, mentre i Bega, tutti assieme, sferravano il loro colpo mortale.

-…Tks… non ho tempo da perdere contro di voi… perdonate la scortesia, ma devo liquidarvi piuttosto velocemente…- rispose Takako sorridendo molto divertita… –

Tutte chiacchiere, le tue… vedremo quanto tempo resisterai… nessuno esce vivo dal nostro assalto simultaneo…- disse Brooklyn ridacchiando. -Davvero?… Ricredetevi, allora…- disse freddamente lei, poi portò un braccio al cielo -…perchè non conoscete…-.

All’improvviso si alzò un forte vento, mentre la sua espressione mutava, da divertita a estremamente fredda -…il mio potere!..PHOENIX! – Gridò… una fortissima luce bianca scaturì dal bey e da Takako, tanto che tutti chiusero gli occhi, incapaci di resistere a un’intensità simile. Quando la luce perse un pò d’intensità si intravide qualcosa che si librava sul campo di battaglia, in alto, e qualcosa, o qualcuno, là dove doveva esserci la ragazza.

– Cos’è successo? Cos’era quella luce…? – Chiese confuso Moses con le mani sugli occhi.

– Incredibile… finalmente la vedo…- sussurrò Brooklyn guardando a stento sopra le loro teste.

– No… non ci credo…la….la Fenice…Bianca…? – Fece Rei completamente atterrito.

– La… Fenice Bianca? E che roba è? – Chiese Takao interessato, intento a stropicciarsi gli occhi brucianti -…io… credevo si trattasse di una leggenda…neanche nella nostra tribù…non se ne parlava più da un sacco di anni. Ricordo di aver letto solo alcune righe in un vecchissimo testo che abbiamo laggiù…- continuò quello più a se stesso che agli altri, dato il volume della sua voce.

– Insomma…cosa sarebbe questa Fenice!? –

– Io…non ne ho mai sentito parlare, neanche in internet…- disse Kyouju.

– Si dice che sia…a guardia di qualcosa che protegge l’equilibrio dell’universo…- replicò Rei con le sopracciglia aggrottate.

– Co…universo..? – Disse Takao impressionato, – rimandiamo a dopo…eh? Che ne dite? – Disse Kei impaziente, come se pregustasse di assistere a un incontro di rara maestosità.

– Dopo tanti anni…- continuò a bassa voce sorridendo, mentre la ragazza che stava di fronte a loro si voltava lentamente verso di lui e assumeva un espressione dolcissima -…posso tornare a vedervi…entrambe…- continuò mentre la ragazza, che indossava un lungo yukata bianco ricamato con fili d’argento, tornava a concentrarsi sulla battaglia… “…Takako e Yo…” pensò lui, sentendosi, come raramente gli era successo, estremamente felice…. Continua…

Rita Coda Deiana alias Doroalice

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